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Discussione psico-filosofica per agire nel modo più appropriato in un club dilettantistico di calcio

Il Dirigente

L'ambiente in cui deve operare

Analizzare la figura del dirigente di società non è compito certamente facile. Per sviluppare una valutazione attendibile è necessario individuare quelle caratteristiche che nel passato hanno caratterizzato la figura del dirigente sportivo. Questi, sino ad alcuni anni or sono, si è sempre distinto per aver assunto posizioni predominanti nei confronti di tutto ciò che risultava essere patrimonio societario. Tale posizione veniva a consolidarsi in quanto il dirigente è sempre stato colui che "rimpolpava" con denaro personale le magre casse del club a cui si dedicava. La proprietà di attrezzature, risorse, strutture lo hanno avvicinato molto alla figura del "padre" nella "famiglia patriarcale"; era colui al quale si faceva riferimento per qualsivoglia problema. Il potere economico che deteneva nei confronti della società gli consentiva di vivere la società come una cosa di sua esclusiva proprietà, senza tenere in considerazione l'individualità di chi viveva nel sodalizio stesso. Intorno agli anni '70 l'atteggiamento del dirigente ha subito alcune mutazioni di notevole rilevanza, sicuramente anche in virtù degli eventi sviluppatisi nello storico 1968. Probabilmente qualcuno si chiederà cosa c'entra il '68 con il dirigente sportivo; ma poiché qualsiasi società sportiva è inserita in un contesto sociale, questa - in modo implicito - ha dovuto tener conto delle mutazioni apportate a livello sociale, nel bene e nel male, compresa una diversa valutazione del "rispetto assoluto" e della "autorità", che fino a poco tempo prima raffiguravano il perno dell'organizzazione sociale. In sintesi, i giovani chiedevano di essere "coinvolti" nelle scelte sociali e più "protagonisti" nella propria vita. Pertanto la figura del dirigente negli anni '70 ha vissuto momenti di conflittualità con i giovani che partecipavano all'attività societaria, dovuto prevalentemente dal mutamento della mentalità di questi ultimi che desideravano, a volte anche in modo dirompente, chiarezza nelle decisioni che li riguardavano. Il rischio che si è corso, il primo, è stato quello dell'abbandono della pratica sportiva da parte dei giovani; molti di loro arrivavano all'età adolescenziale ed a stento sopportavano l'inserimento in strutture "rigide" con una leadership di tipo autoritario. Pare che siano finiti i tempi in cui i giovani pensavano soltanto al "dovere", lavoro e scuola ed alla partita della domenica come svago; troppi oggi giorno sono gli svaghi e praticare il gioco del calcio è accettato se non crea grossi problemi. Quindi cosa fare davanti a queste realtà, cosa deva fare il dirigente di fronte a questo cambiamento? Certamente ridurre la sua volontà di dominio e orientare i suoi sforzi verso la creazione di un ambiente sereno e ricco di stimoli da proporre ai giovani. Il dirigente moderno deve essere in grado di assumere decisioni nei momenti topici coordinando e responsabilizzando le varie componenti personali che interagiscono nell'ambiente (leadership orientata sul "compito"), ma nello stesso tempo essere capace di far sentire importanti tutti coloro che vivono la realtà della squadra (leadership socio-emotiva) rendendoli partecipi dei problemi che di volta in volta sorgono nella società. Stimolare l'amicizia all'interno della squadra al fine di favorire la nascita di un vero gruppo di amici, che si frequentano anche al di là del momento sportivo. Quindi creare motivazioni affettive nei giovani, affinché lo sport divenga anche momento di confronto come avviene in quello comunemente definito "il gruppo dei pari adolescenziale". E' importante che i compagni di squadra divengano veri amici, anche se a volte con situazioni di conflittualità interna. Molti di loro si distaccano dallo sport perché emotivamente si sentono legati a coetanei estranei al team sportivo e quindi per trascorrere il tempo libero con gli amici "del cuore" perdono interesse per lo sport. E' certamente compito difficile quello di colui che deve calarsi nella realtà giovanile di oggi, basti pensare al problema dell'incomprensione tra padre e figli. Coordinare un gruppo di 18/20 persone è compito estremamente arduo. Oggi non ci si può improvvisare dirigente sportivo perché i giovani non sono più disposti ad accettare un dirigente che non possegga i requisiti più sopra descritti. Ma anche così a volte non basta.

Le motivazioni

Cerchiamo ora di vedere, nel limite del possibile, cosa c'è dietro alla scelta di chi desidera essere dirigente; cerchiamo quindi la "motivazione", cioè quella forza che spinge l'individuo verso un determinato obiettivo. Le motivazioni possono essere consce ed inconsce, essere quindi consapevoli o meno del perché delle nostre scelte. A volte capire il vero perché di alcune nostre scelte diventa estremamente difficile; Freud evidenzia che molte volte compiamo scelte che scaturiscono da motivazioni profonde che sfuggono al nostro controllo vigile, a volte la nostra emotività ci impedisce di vedere le vere origini dei nostri bisogni. A mio modesto avviso le motivazioni che inducono un individuo ad assumere mansioni di dirigente sportivo sono:

1. Restare nell'ambiente di sempre. Lasciata l'attività agonistica per sopraggiunti limiti d'età, si cerca di rimanere nell'ambiente che in passato ha concesso molte soddisfazioni, intraprendendo attività di dirigente alla ricerca di ulteriori e diverse gratificazioni sportive.

2. Continuare a comunicare con i giovani. La voglia di non smettere di dialogare con i giovani, per trasferire vicendevolmente esperienze e consigli continuando in un rapporto di sano e costruttivo confronto.

3. Passione per il gioco del calcio. Questa motivazione è di facilissima, almeno per noi, comprensione e non necessita spiegarne i significati.

4. Tempo libero. Riempimento del proprio tempo libero e ricerca di nuovi e/o diversi stimoli in attività di volontariato nell'associazionismo sportivo.

5. Aiutare i giovani. E' la più importante, la più forte, la motivazione che imprime più forza nel dirigente sportivo, quello vero; aiutare i giovani a ritrovare e/o perseguire quei valori sociali e morali che forse oggi appaiono sempre più distanti. Distogliere i giovani da valori apparenti e falsi ed accompagnarli verso il raggiungimento di un sano ed equilibrato senso civico, dove anch'essi possano trovare le loro motivazioni.

Certamente un più approfondito approccio dell'argomento "motivazioni del dirigente sportivo" porterebbe all'evidenziazione di altri fattori; credo comunque che sia già stato importante aver posto in risalto il problema al fine di suscitare un momento di riflessione in chi si sta per avvicinare a questo tipo di attività

 

La comunicazione

Farsi capire e comunicare al prossimo il nostro pensiero e le nostre emozioni è sempre stato uno dei problemi più importanti dell'essere umano. Il comportamento di ogni individuo all'interno di un gruppo, ad esempio di una società di calcio, è in rapporto con tutti gli altri membri; ogni comportamento è comunicazione e quindi influenza gli altri e ne rimane influenzato. L'analisi di una squadra non è la somma delle analisi dei suoi membri. Se un gruppo è composto da quattro elementi, A-B-C-D, e se A trasmette un messaggio a B, questi a sua volta stimolerà C e quest'ultimo D, che poi a sua volta invierà un impulso ad A; ciò significa che se esiste in una relazione di gruppo un conflitto fra due membri, anche gli altri vengono inevitabilmente coinvolti. Quindi è necessario che si instauri una comunicazione corretta basata sul reciproco rispetto, cardine di tutta la metodologia didattica. Il giocatore cresce verso la maturazione solo attraverso la capacità di provare stima e rispetto per chi la guida e per mezzo della reale possibilità di pensare ed agire senza condizionamenti di sudditanza. Tutti sono educati ad interpretare i messaggi ricevuti secondo la propria personalità e secondo la predisposizione, soprattutto in termini affettivi, verso colui che li ha forniti. Fin dalle giovanili è indispensabile creare la diretta partecipazione; non si può attendere oltre in quanto l'allievo che non tende ad interiorizzare e far propri gli insegnamenti ricevuti sarà, in età adulta, quello che si "ribellerà" più apertamente alle iniziative altrui ed avrà sempre bisogno di qualcuno che lo conduce per mano al fine di raggiungere un rendimento costante. Pertanto evitare che il giocatore ripeta "pappagallescamente" ciò che gli viene propinato ma aiutarlo a pensare ciò che sta facendo, in campo e fuori, facendo capire il perché di certe attività tecniche, tattiche ed organizzative societarie. L'apprendimento deve essere valido per diventare un processo attivo. Per questi motivi è necessario che nella società calcistica imperi una filosofia che privilegi, innanzitutto, la motivazione dell'atleta; per dirla brutalmente è fondamentale che dirigenti, genitori e tecnici siano d'accordo sul fatto che prima si deve creare l'uomo e poi il calciatore. E' chiaro che il dirigente di una società. al fine di poter perseguire tali principi, deve avvalersi di istruttori capaci che siano in grado di portare avanti questo tipo di filosofia; il giovane deve avere la possibilità di vedere il suo istruttore come un "modello positivo" in cui identificarsi. Quindi individuare collaboratori che condividano la stessa mentalità; chiarezza e sincerità nei rapporti tra dirigenti e tecnici si traducono in chiarezza e sincerità tra istruttori e ragazzi. E' quindi importante saper leggere in noi ciò che vogliamo dire e ciò che riusciamo a comunicare; il far finta di nulla, il lasciare correre sono sempre meccanismi difensivi per non approfondire un conflitto che invece deve essere sempre affrontato per non permettere che si radicalizzi in situazioni che, alla lunga, possono assumere aspetti ben più gravi. In conclusione, dialogo, confronto, trasparenza, correttezza, sincerità sono i requisiti che consentono di raggiungere gli obiettivi individuati all'interno di un gruppo, di una società.


Roberto Scrofani

 

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