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Ambizione o Megalomania

di Giancarlo Padovan

Grandi numeri, cultura multiforme, autenticità, vocazione alla sperimentazione:
sono questi i confini del territorio di appartenenza dei Dilettanti. Almeno, da un punto di vista ideale: perché nella pratica, anche fra i Dilettanti non mancano le manie di grandezza.
Dilettanti con la testa da professionisti. Non dilettanti che imitano il calcio professionistico, soprattutto quello italiano, ormai in preda a convulsioni tanto violente da far temere per la sua sopravvivenza.
Il problema è il modello. Oggi è facile dire Chievo, ma non sarebbe giusto. Perché Chievo è, se vogliamo, un modello già superato dall'affermazione stessa della squadra veronese. Inoltre Chievo è una realtà non esportabile, come non era esportabile il Calais, Francia, che due stagioni fa arrivò alla finale della Coppa nazionale. Realtà dimensionate, certamente piccole, bilanci attenti, ambiente sano.

Un modello "empirico"
Tuttavia non è questo che basta, o che serve, altrimenti la riproducibilità sarebbe facile e quasi immediata. Ripeto: c'entra un modello. Ma un modello di fattibilità relativo ai bisogni ed è giusto che ognuno segua un proprio progetto di sviluppo. Partendo da un presupposto imprescindibile: ci vuole tempo, ci vuole rispetto del tempo, quindi pazienza. Prima delle aspirazioni, ci vogliono valori. Dire: andremo in C1 o in C2 in quattro-cinque anni che senso ha? E che senso ha prendere una squadra, qualsiasi squadra, e farla diventare l'oggetto della propria ambizione, a volte anche della propria megalomania? Purtroppo queste mie righe d'esordio non possono rifuggire la critica.

Oggi, infatti, il mondo del calcio dilettantistico, così vario e così denso, così ricco e così contraddittorio, è affollato di dirigenti che non hanno pazienza, non hanno idee, ma magari hanno molti soldi. Pensano che spendendoli bene, e non è detto che ci riescano, il risultato venga di conseguenza. Il ragionamento, più o meno, è il seguente: acquisto i migliori giocatori (ma migliori in rapporto a cosa?), con loro ingaggio il migliore tra gli allenatori (che sa fare cosa?), dunque vincerò sicuramente. Se ciò non accade, e spesso non accade, essi hanno tre reazioni naturali, deleterie e progressivamente devastanti: si arrabbiano, si deprimono, lasciano.
Quasi sempre seppellendo non solo le proprie smodate aspettative, ma anche le società cui si erano messi a capo. A mio giudizio, invece, essere dilettanti con la testa da professionisti significa prima di tutto conoscere la storia della società che si presiede o si dirige; verificarne il radicamento nella realtà locale; favorirlo o consolidarlo. Poi inventariare le risorse: le proprie, se ce ne sono, e quelle potenzialmente reperibili. Infine muovere verso obiettivi dimensionati alle capacità di intervento.

Una moltitudine di potenzialità
Il traguardo non deve essere per forza grande e impensabile. Deve essere possibile, realistico e, soprattutto, avere capacità di tenuta nel tempo. I salti in avanti, più sono straordinari e miracolosi, più sono rischiosi. E ciò non vale solo se da una categoria inferiore (Eccellenza, Serie D) si riesce a salire ai tornei professionistici, ma anche tra le diverse categorie dilettantistiche.
Il fatto è che a queste cose nessuno pensa. O quando lo fa, ormai è troppo tardi. Sinceramente credo che se c'è qualcuno in grado di salvare il calcio, questo qualcuno stia nella vasta moltitudine dei Dilettanti. Al di là di significativi indizi, tratti dalla cronaca, a sorreggere questa convinzione ci sono la legge dei grandi numeri (siamo infinitamente di più, abbiamo molteplici e proteiformi provenienze, mettiamo insieme culture di formazione diverse) e lo spirito di autenticità.
E' proprio questo, al di là di penose emulazioni, il valore fondante su cui poggiare la crescita delle idee e il confine entro il quale tracciare un territorio di appartenenza. Non si tratta di emarginarsi, ma di stabilire delle differenze. Per esempio, io credo che le squadre dilettantistiche debbano da una parte rivendicare e dall'altra praticare la cultura della sperimentazione, diretta filiazione della cultura del lavoro. Se infatti ormai più nessuna serie professionistica, dalla A alla C2, accetta la logica di essere laboratorio tecnico e organizzativo, questa funzione deve essere riattivata proprio dai Dilettanti. E' una scelta di vocazione politica, non solo di opportunità pratica. Una missione di servizio che faccia aprire il nostro mondo verso funzioni di collegamento e di crescita che altri, stoltamente, rifiutano.

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