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IL CALCIO CHE VALE

I campi di terra battuta, sovente con muri e recinti così vicini alla linea d'out da rappresentare un pericolo niente male; d'inverno certi fondi erano lastre di ghiaccio. Rarissimi, quasi inesistenti, i terreni da gioco con l'erba: non i prati perfetti di adesso che sembrano moquette, ma qualche ciuffo verde, fosse pure gramigna. Molte porte non avevano la rete; le dimensioni dei campi oscillavano a secondo dello spazio strappato al cemento: ce n'erano di larghi e lunghi, di stretti e corti, di grandi e di piccolissimi.

Le scarpe da calcio (ma non tutti le avevano) erano irte di bulloni e pesavano tonnellate: delle armi improprie. Passavi ore a scrostarvi il fango. Quelle attuali sono scarpini da ballo: avrebbero avuto vita brevissima. Il pallone sembrava di piombo; ne sporgeva una stringa che ti marchiava la fronte quando colpivi con forza. Nei giorni di neve e di pioggia il campo diventava un impasto di fango, acqua e pietrisco; per smuovere di qualche metro il pallone dovevi picchiarvi sopra calci tremendi.

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